Piano: 60 misure entro giugno 2026, l’80% delle imprese teme il vuoto dopo.
Il 30 giugno 2026 è ormai alle spalle da quasi tre mesi, ma per chi compila le buste delle gare Pnrr quel timbro non chiude il fascicolo: apre il problema del dopo. E l’80% delle imprese lo sa già. Nei giorni scorsi, l’analisi di Strade & Autostrade ha rimesso in fila i numeri di Anie Confindustria sulla fine del Piano.
L’ultimo timbro del 30 giugno
Il Piano prevede 60 misure per cui la conclusione dei progetti è fissata, inderogabilmente, entro il 30 giugno 2026, come ricostruito dal monitoraggio di Openpolis. Per chi ha preparato i documenti di gara, quella data è il confine tra il pieno di adesso e il vuoto di domani. Non è un dettaglio burocratico: il timbro segna la chiusura formale di una fase che ha riempito portafogli e cantieri. Ma l’ansia delle imprese non nasce dal timbro: nasce dai numeri che lo precedono.
Il conto dei 930 miliardi
Se il timbro segna la fine, i numeri dicono perché fa paura. Secondo Anie, i mercati abilitati dalle tecnologie Anie — energia, edilizia, industria, infrastrutture e trasporti — costituiscono un bacino di oltre 930 miliardi di euro di fatturato. Su questi settori si è concentrato il 63% delle risorse allocate dal Pnrr. Non è una quota marginale: è la parte principale del Piano. La concentrazione su questi comparti significa che un ritiro della domanda pubblica non colpirebbe una nicchia, ma la colonna portante di interi mercati.
Il confronto europeo misura l’esposizione italiana. Il piano italiano destina alle infrastrutture il 51% delle risorse di settore, contro il 32% della Spagna, il 22% della Francia e il 20-25% della Germania, come risulta dal confronto dell’Osservatorio Recovery. In termini di scarto, l’Italia supera la Spagna di 19 punti, la Francia di 29 e la Germania di un margine che va da 26 a 31 punti. L’Italia ha giocato più forte degli altri. Per questo il rischio di vuoto non è teorico: è calcolabile.
Secondo Teha Group, otto aziende su dieci hanno preso parte a gare o progetti Pnrr. Il coinvolgimento si legge anche nella posta in gioco: per l’ANCE, la crescita del Paese è fortemente condizionata dal completamento delle opere del Pnrr, che per il 50% attiene al suo settore, come indicato nelle proposte dell’ANCE per il mercato dei lavori pubblici.
La busta per il dopo
Dalla quantità si passa alla qualità del vuoto: non solo investimenti, ma regole e programmi. Per Anie, il 79% degli associati esprime forte preoccupazione per il potenziale vuoto normativo ed economico che si prospetta in assenza di idonee politiche sostitutive. Nella rilevazione diffusa da un’indagine Anie ripresa dall’Ansa nei giorni scorsi, la stessa quota si dichiara molto o abbastanza preoccupata per gli effetti della conclusione del Piano sugli investimenti e sulla crescita economica del Paese. La preoccupazione non riguarda soltanto i cantieri già finanziati: riguarda la continuità delle regole e dei programmi che hanno sorretto le commesse.
Circa l’80% delle imprese, secondo Anie, teme il vuoto di investimenti post-2026. Resta una domanda: chi preparerà la prossima busta quando il fondo si sarà svuotato?
Per chi compila la busta, il problema non è archiviare il Pnrr ma trovare un nuovo plico da consegnare. L’Italia ha giocato più forte degli altri; ora deve dimostrare di saper riempire il dopo.




