La richiesta di flessibilità è arrivata oltre tre mesi dopo la scadenza, senza decreto legislativo di recepimento

Chi compila la busta per Bruxelles lo sa: il timbro postale vale più del contenuto. Il 10 settembre scorso il Governo ha trasmesso alla Commissione europea la richiesta formale di attivazione della clausola di salvaguardia. Una richiesta che punta a ottenere margini di bilancio per le spese in materia di energia.

La sequenza amministrativa, però, non torna. Il termine di recepimento dell’EPBD scadeva il 29 maggio 2026. Il decreto legislativo non è stato adottato. La sua adozione è formalmente subordinata all’approvazione della legge di delegazione europea 2026, attualmente all’esame del Parlamento.

La busta partita in ritardo

Secondo la direttiva EPBD, entrata in vigore il 28 maggio 2024, i Paesi membri dovevano recepirla entro il 29 maggio 2026. L’Italia non l’ha fatto. Il 10 settembre scorso ha chiesto la clausola di salvaguardia. La richiesta è arrivata oltre tre mesi dopo la scadenza, senza che il decreto legislativo di recepimento fosse stato adottato.

Il paradosso è di natura amministrativa. Si chiede flessibilità su un capitolo di spesa il cui perimetro normativo non è ancora stato recepito nell’ordinamento italiano. Chi esamina la pratica a Bruxelles guarda i documenti, non le intenzioni. Quali documenti sostengono questa richiesta?

Il dossier che manca: 14,4 miliardi e 21 milioni di immobili da giustificare

La richiesta non è un gesto simbolico. È un impegno di spesa concreto. Secondo la Relazione al Parlamento, le spese in materia di energia valgono risorse fino a circa 14,4 miliardi di euro nel biennio 2027-2028, pari a circa lo 0,3% del PIL per ciascun anno.

In termini economici si prevede una flessibilità pari allo 0,3% del Pil all’anno nel triennio 2026-2028, con un tetto complessivo dello 0,6%. I margini esistono, sulla carta. Restano da riempire con documenti.

Il patrimonio immobiliare italiano spiega la portata del lavoro. 21 milioni di unità immobiliari su circa 31 milioni si trovano al di sotto della classe energetica D. Ogni piano di riqualificazione energetica deve ragionare su questa base. Non è un dettaglio tecnico: è il perimetro degli interventi da finanziare.

C’è anche il Piano Sociale per il Clima, dotato di un volume complessivo di 9,3 miliardi di euro fino al 2032. Risorse che si aggiungono, ma non colmano il vuoto normativo. Il dossier che manca è fatto di atti: il decreto legislativo, la legge di delegazione europea, il PNRE. Ogni passaggio ha un destinatario preciso — la Commissione europea — e una scadenza già superata o in pendenza. Senza questi passaggi, la flessibilità resta un’aspettativa.

Il confronto che condanna: Italia fanalino di coda

Al 29 maggio 2026, scadenza di recepimento dell’EPBD IV, l’Italia è il paese più inadempiente tra i quattro analizzati: nessun decreto legislativo, nessun PNRE presentato, due procedure di infrazione aperte dalla Commissione europea. Germania, Austria e Spagna mostrano approcci e avanzamenti significativamente diversi. Il confronto non lascia margini di interpretazione: basterà la clausola di salvaguardia a evitare che la busta venga respinta?

Il tempo dei proclami è finito. Ora servono documenti, non rinvii. La busta per Bruxelles va compilata bene. Altrimenti i 14,4 miliardi resteranno un numero sulla carta.