Gli appalti pubblici valgono il 15% del Pil Ue; la proposta, che Parlamento europeo e Consiglio devono ancora approvare, introduce criteri «made in Europe» per i fornitori non comunitari

Nei giorni scorsi Bruxelles ha presentato la revisione delle regole europee sugli appalti pubblici. Il quadro proposto introduce un regime di preferenza europea: le autorità aggiudicatrici potrebbero limitare o escludere fornitori non UE, cinesi in testa, e applicare criteri “made in Europe”. Non si tratta di un dettaglio tecnico: secondo stime dei funzionari dell’Unione, gli appalti pubblici valgono circa 2.600 miliardi di euro l’anno, pari al 15% del prodotto interno lordo del blocco.

Un mercato da 2.600 miliardi e una leva che Bruxelles non ha mai tirato

La cifra non è neutra. Gli appalti pubblici rappresentano una quota rilevante dell’economia europea e, secondo i funzionari dell’Unione, sono visti a Bruxelles come una leva finora sotto-utilizzata. Washington e Pechino la impiegano già per sostenere le rispettive imprese nazionali. La riforma cambia la natura dello strumento: non più soltanto una procedura di acquisto, ma un possibile perimetro di politica industriale e di sicurezza economica. Da qui il passaggio a regole che guardano all’origine dei beni, dei servizi e degli operatori che partecipano alle gare. Per dare un ordine di grandezza, si tratta di circa 2.600 miliardi di euro l’anno.

Dai rapporti Letta-Draghi al criterio “made in Europe”

La risposta sta in due rapporti che hanno preparato il terreno. I rapporti Letta e Draghi, pubblicati ad aprile e settembre 2024, hanno significativamente plasmato i contorni della riforma del diritto degli appalti pubblici dell’UE. Nei suoi orientamenti politici, la presidente della Commissione von der Leyen aveva già promesso una revisione della legislazione sugli appalti pubblici. Nel discorso sullo stato dell’Unione del 2025 ha poi ribadito l’intenzione di introdurre criteri “made in Europe” negli appalti pubblici. Il principio è ora tradotto in un regime di preferenza europea.

Sul piano applicativo, il quadro proposto dalla Commissione Ue consentirebbe, e in alcuni casi richiederebbe, alle autorità aggiudicatrici di considerare la sicurezza, la cybersicurezza, l’esposizione a infrastrutture critiche, le interruzioni dell’approvvigionamento, le dipendenze strategiche e l’indebita influenza di paesi terzi. Il criterio “made in Europe” non resta una dichiarazione: diventa un elemento che le stazioni appaltanti possono o devono valutare nella selezione delle offerte. Ma il passaggio dal principio alla prassi apre un fronte di incertezza per chi partecipa alle gare.

Cosa cambia per l’impresa: risparmi, esclusioni e incertezza

Per le imprese, il principio si traduce in conseguenze immediate. Da un lato, Bruxelles stima risparmi amministrativi per circa 650 milioni di euro l’anno, su un mercato pari al 15% del Pil dell’Unione. Dall’altro lato, il nuovo regime di preferenza europea potrebbe consentire restrizioni alla partecipazione, requisiti di origine o preferenze per contenuti europei, colpendo direttamente i fornitori non UE, in particolare cinesi, nei settori strategici. Secondo il commissario Stéphane Séjourné, «gli acquirenti possono avere un approccio più preferenziale verso le offerte europee e limitare o respingere le offerte di Paesi che non hanno un accordo sugli appalti pubblici o non rispettano regole vincolanti internazionali».

Il risultato è un doppio registro. Per le imprese europee la preferenza può tradursi in maggiore accesso alle commesse pubbliche e in minori oneri amministrativi. Per i fornitori non UE, soprattutto cinesi, la riforma disegna una barriera selettiva nei settori strategici. Per tutte, resta da capire quanto margine di discrezionalità avranno le autorità aggiudicatrici e come reagiranno i partner non UE. La riforma trasforma gli appalti pubblici da questione procedurale a leva geopolitica: per le imprese europee è un’opportunità, per quelle non UE una barriera; per tutte, il prezzo da pagare è una nuova incertezza sulle regole.